lunedì 28 gennaio 2013


Stasera sono andata a prendere mio papà a casa di mia sorella, dopo una cena imbarazzante fuori. 
Mi metto a giocare con Gabri fino a “tardi” e lui non si scolla da me. Vediamo i cartoni prima della nanna e mi vuole stare in braccio. Ma poi arriva l’ora della nanna, mamma e papà non ci sono e lui non vuole dormire.
Vuole giocare ancora con la zia.
Il nonno gli spiega che la zia non può fare tornare il giorno, la notte viene e non ci possiamo fare niente, dobbiamo dormire. Allora Gabriele si mette a piangere.
Non è un pianto da capriccio. E’ un pianto disperato di chi sa che se dorme arriverà domani e domani è un’altra giornata e i giochi di oggi non ci saranno più. E’ un pianto consapevole: chiudere gli occhi significa un po’ “morire”, spegnere tutto.
Cala il sipario su una bella giornata e non si può far niente per fermarla.
Così è la vita, come una bella serata di un bimbo.
Ci sforziamo di tenere le cose strette tra le mani, ma la verità è che non le possederemo mai. Andranno via come il giorno, arriverà la notte.
Ma va bene così. La luce torna e porta novità mai conosciute.
Per Gabriele, mio nipote, porterà un’altra giornata di asilo, altre ore di giochi con gli amici.

Le coccole di mio papà, seppure sia orso tanto che le coccole è come se me le facessi io con la sua mano, sono sempre di conforto.
Ci si guarda, si parla, si cerca di trovare la forza per andare comunque avanti nonostante i problemi economici e le frustrazioni della vita.
Vedo i suoi occhi che mi guardano dispiaciuti come per dirmi “Mi piacerebbe che tu avessi un futuro meno incerto”. Come per dirmi “Mi dispiace che il tuo cuore sia così ferito”. Ma non dice una parola di tutto questo. Ridiamo… e quando mio papà ride lo fa con tutti gli angoli della faccia. Ride la sua fronte, ridono i suoi capelli e gli angoli dei suoi occhi. Le sue labbra, le sue guance e i suoi zigomi. Illumina tutto quello che ha intorno, per un solo secondo.
So che se salirai a Milano arriveremo a litigare ogni giorno, quando uno se ne va di casa è perchè non sopporta più i suoi genitori e tornare indietro non è mai facile. So che il tuo umore è altalenante come il mio: vai avanti a pilloline dell’umore per stimolarti la serotonina. So che sei avvilito per non avermi viziato quanto avresti voluto.
Però stasera ringrazio il cielo di averti qui sul mio divano.

Ho bisogno di un eroe che mi salvi da questo sfacelo che sento intorno a me. In ogni direzione, in ogni angolo della mia vita. C’è sempre un problema, una preoccupazione.
Ho bisogno di un eroe.
Salvami ti prego. Dammi qualcosa di bello a cui pensare.
Un angolino felice in cui rifugiarmi.

sabato 26 gennaio 2013

Vorrei scrivere le valangate di pensieri che mi vagano per la testa in modo ineluttabile.
La verità è che mi viene solo da dire
"Sto male"

lunedì 21 gennaio 2013

2:10 di logorrea


Il primo tentativo di complicità tra me e il letto è andato male. Molto male.
Leggo ma non leggo. Chiudo gli occhi, ma non dormo.
Mi giro nel letto piena di pensieri, con un mal di testa e una tosse appena accennati. Così, tanto per non farsi mancare quella nota frizzantina della vita.
Mangio poppi al cioccolato e cerco lì una coccola che manca.
Penso che forse scrivere mi libererà la testa o, almeno, mi stancherà un po’ di più.
A cosa penso di preciso non lo so.
Al ragazzo comunista che domani mi toccherà gambizzare, magari gli cito Carmelo Bene. Voglio dire: afferrerà il mio completo nichilismo e il mio schifo per la loro totale mancanza di rispetto per il linguaggio? Magari mi lascerà stare. In questo momento mando affanculo i miei “Perchè no?” prenatalizi, pensati sulla porta di casa. Ma amen, almeno faccio qualcosa. Parlo.
Ma son così stufa di parlare.
Penso a mio padre e a quanto desideri quel lavoro. Me lo immagino con il cervello a mille, mentre si augura di ricevere una buona proposta economica. Glielo augurerei se questo non volesse presagire, per forza di cose, un mio totale annichilimento futuro. Non mi libererò mai di voi, è così?
Penso al cioccolato, a quanto mi piace e a quante calorie ha. Cazzo, come al solito le cose buone sono per me inaccessibili, e ora ho anche una leggera nausea. Troppi poppi.
Penso al lavoro, a quanto pagherei per non fare ogni settimana le stesse cose, ogni cazzo di giorno le stesse frustrazioni. Per cosa? Per uno stipendio che non è mai abbastanza. Per dei soldi che non mi permettono di essere dove vorrei.
Penso che mi sento delle catene intorno ai polsi e la mia testa è dietro a tristi sbarre di metallo. Penso a come cazzo ci sono finita qua e penso che forse, quell’abito che mi sto tanto forzandomi di mettere, è molto difficile indossarlo. Malgrado faccia finta, malgrado io chiuda la mia testa ai pensieri… la piccola bambina speranzosa che è dentro di me urla e mi dice “Ma che cazzo sei diventata? Non era questo quello che avevamo in mente…”
No, non era questo che pensavo di riuscire ad ottenere anni fa, ma questo è il risultato della perdizione avvenuta in età post liceale. A diciannove anni sapevo solo che volevo di più e una vita incasellata non mi piaceva. Ecco il risultato: una vita incasellata.
Penso che sono terribilmente stanca di sentirmi la terra tremare sotto ai piedi. Che vorrei un po’ di stabilità ogni tanto. Quelle sicurezze stupide, che non servono a niente. Perché niente dura in questo mondo, tutto passa, muore e se ne va. Ma la sicurezza di avere quel breve momento non può togliertela nessuno. Io invece di momenti sicuri non ne ho. Non ne ho mai avuti. Ho vissuto tre anni nella completa insicurezza. Vorrei sentirmi per una volta al riparo da me stessa, stretta dentro braccia che moriranno prima o poi, ma che nonostante questo non mi lasceranno mai andare.
Penso al fatto che l’amore è una fottutissima presa per il culo. Che ti disperi a far quadrare i rapporti, che ci metti del tuo. Che ti svuoti finchè puoi, sperando di trovare un’anima complice che ti rapisca dalla merda che vivi, senti e respiri ogni giorno. E poi vola tutto via, senza possibilità di appello. Anni a faticare per trovarsi di nuovo da soli.
Penso che non ho nessuno con cui condividere la mia anima, i miei occhi, quello che vedo, sento e odoro. E penso che una vita senza condivisione non ha motivo di essere vissuta. Ed è per questo che io mi sento totalmente priva di significato. Che senso ha parlare se non ci sono orecchie che hanno voglia di ascoltarti? Che senso ha respirare se nessuno desidera morirti dentro, per davvero?
Penso che ho dato il mio libro preferito a una persona che molto probabilmente non rivedrò mai più. Questo un po’ mi fa soffrire, dall’altra mi apre la speranza di non essere dimenticata. Magari un giorno, mentre cerca altro, riprenderà casualmente in mano quel libro e si ricorderà della persona che ha finto di prestarglielo.
Penso che ho fretta del mio futuro, e che non riesco più ad aspettare che qualcosa di bello capiti. Sono stufa di cercarlo in ogni posto, in ogni sguardo, in ogni colore, in ogni sole.
Vorrei solo svegliarmi tra dieci anni.

domenica 20 gennaio 2013


I tramonti di quell'inferno africano si rilevavano straordinari. Non te li toglieva nessuno. Ogni volta tragici come mostruosi assassinii del sole. Un immenso bluff. Soltanto che c'era troppo da ammirare per un uomo solo. Il cielo per un'ora si pavoneggiava tutto spruzzato da un capo all'altro d'uno scarlatto delirante, e poi il verde scoppiava in mezzo agli alberi e s'innalzava dal suolo a strisce tremanti fino alle prime stelle. Dopo di che il grigio riprendeva tutto l'orizzonte e poi di nuovo il rosso, ma allora stanco il rosso e non per molto. Finiva così. Tutti i colori ricadevano a brandelli, afflosciati sulla foresta come vecchi stracci alla centesima replica. Ogni giorno verso le sei era esattamente così che andava. E la notte con tutti i suoi mostri entrava allora in ballo tra mille e mille rumori di gole di rospo.

Céline - Viaggio al termine della notte

Nell’istante in cui esistono le cose, già stanno morendo.
Loro decadono e tu non puoi fermarle con la tua mano.
Nel momento in cui conosci qualcosa, già la stai perdendo.